Le società nomadi

Nell’ambito della storia sull’evoluzione del viaggio, uno degli aspetti importanti da considerare è il nomadismo. Per secoli intere società, e cioè le società nomadi o società viaggianti, hanno basato la propria esistenza sul viaggio. Una forma di civiltà itinerante, conseguenza naturale di esigenze oggettive ma anche culturali, in contrapposizione all’attuale civiltà, comunemente definita stanziale. Oggi sono poche, se non definitivamente estinte, le società viaggianti, innanzi tutto perchè i motivi economici, ovvero la globalizzazione sostenuta da una fervente tecnologia, rendono disponibile all’umanità (a quasi tutti..), quei mezzi di sostentamento necessari alla vita quotidiana e non solo. Ad oggi si può però azzardare su dati oggettivi e statistici, come una paradossale conseguenza della globalizzazione, che una nuova società viaggiante sta emergendo. I Movers, come vengono chiamati negli Stati Uniti d’America, i lavoratori (giovani di età compresa tra i 25 e 40 anni), costretti a itinerare all’interno del proprio continente alla ricerca di un lavoro più professionalmente adeguato e gratificante, corrispondente al proprio skill e alla richieste sempre più imperanti del mercato.

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Il paradosso è evidente: se prima gli uomini si spostavano per procacciare i beni di consumo, oggi i beni giungono all’uomo entro 24-48 ore grazie all’utilizzo di Internet. Sono gli uomini che semmai, sono costretti, dal sistema sempre più improntato alla ricerca di una maggiore retribuzione e di opportunità di un lavoro sempre più precario, a muoversi. a spostarsi. Non è certo la regola, ma il fenomeno Movers evolverà velocemente nel prossimo futuro e sarà un fenomeno sociale assolutamente nuovo e innovativo, con tutti i pro e contro.

Ma tornando al passato, ai viaggi nel tempo, per comprendere meglio il concetto di nomadismo e dello spirito che animava quei viaggiatori, possiamo trarre spunto da Chatwin che meglio di chiunque altro ne individuò la peculiarità. Egli scrisse a riguardo: “L’atto stesso del viaggiare contribuisce a creare una sensazione di benessere fisico e mentale, mentre la monotonia della stasi prolungata o del lavoro fisso tesse nel cervello delle trame che generano prostrazione e un senso di inadeguatezza personale”. Certamente i nomadi di un tempo non erano consapevoli di tale criterio di giudizio, ma a livello inconscio, cioè l’esperienza, ne determinava il risultato. Chi ama l’Outback e si è imbattuto in letture sul tema, sa quanto sia importante e vitale per gli aborigeni, viaggiare, itinerare; e non solo loro, basti citare gli ultimi testimoni delle carovane sahariane. Quella gente amava viaggiare, il viaggio rappresentava la loro medicina naturale.

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La tenacia con la quale i nomadi si tengono aggrappati al loro modo di vivere così come la loro prontezze di ingegno, riflette la soddisfazione derivante dal continuo movimento. Chi vive uno stile di vita sedentario si libera dalle frustazioni camminando. Non tutti sono o sarebbero stati dell’idea di Chatwin: ad esempio gli antichi che vivevano in città o entroterra agricoli percepivano i nomadi come una cosa negativa per il pericolo che rappresentavano.Tutto ciò che non si conosce, si teme.
Oggi invece il nomade è inviso, a quanti non è capitato almeno una volta, di pensare di mollare tutto per andarsene via, per cambiare quella vita che soffoca, che rende i giorni tutti uguali. L’irrequietezza, di cui Chatwin ci parla, è peculiare nell’uomo.

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Naturalmente la nostra percezione del nomadismo è viziata, i viaggiatori tendevano a descrivevano le popolazioni nomadi soffermandosi sugli aspetti di libertà del nomadismo derivanti dalla mancanza di impedimenti propria della vita nomade e la semplicità delle condizioni materiali. Ma non tutti: il capitano Cook aveva intuito una particolarità che a molti sfuggiva e lo descrisse in modo molto chiaro: “Da ciò che ho detto degli indigeni della Nuova Olanda ( oggi Australia) essi possono sembrare il popolo più infelice della terra ma in realtà sono molto più felici di noi europei; totalmente ignari non soltanto del superfluo ma anche delle comodità necessarie tanto ricercate in Europa, sono felici perchè non ne conoscono l’uso. Vivono in una tranquillità che non è turbata dall’ineguaglianza delle condizioni: la terra e il mare gli forniscono spontaneamente tutte le cose necessarie alla vita, non desiderano case grandiose, oggetti casalinghi…ciò secondo me dimostra che ritengono di essere provvisti di tutte le cose necessarie della vita e che non hanno cose superflue”.

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