Storie di Marinai

La passione, l’amore che i marinai provano per il mare è qualcosa di estremo, di imperscrutabile, un sentimento che attanaglia e strappa l’uomo dalla sua terra. E’ sempre stato così, indipendentemente dalle necessità che sovente obbligavano ad intraprendere questo tipo di lavoro.
Basti pensare ad esempio in Italia, ad Antonio Usodimare, Andrea Doria, Nazario Sauro, Marcantonio Colonna, e tanti altri uomini di mare ancora. Un tempo i bambini fuggivano da casa, pur di imbarcarsi, vuoi per gloria, per fame o per sete di avventura. A qualsiasi prezzo.

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Una tra le tante storie poco conosciute e portate alla ribalta da una recente pubblicazione, è quella di John Nicol, un marinaio scozzese, nato nel 1755. Un modesto bottaio illetterato, che doveva provvedere alla costruzione e manutenzione delle botti, usate per stipare i prodotti trasportati via mare. In 25 anni di vita in mare, Nicol ha fatto due volte il giro del mondo. Ha combattuto contro le flotte napoleoniche, trafficato in pellicce con gli indigeni delle Americhe, partecipato alla caccia alle balene in Groenlandia, compiuto grandi viaggi di esplorazione negli angoli più remoti del pianeta. Nel suo diario, sapientemente trascritto da un rilegatore di libri, egli, che morirà in miseria, lasciò il suo testamento:

“seppur vecchio il mio cuore è rimasto immutato; se fossi ancora giovane e robusto come un tempo, navigherei ancora, per il piacere della scoperta, ma debole e anchilosato come sono, non posso che affidare i miei voti a una solida nave e ai suoi allegri spiriti”.

Come ogni marinaio, Nicol si prestava a svolgere qualsiasi mansione. Tra le sue memorie, si legge:

“Erano ormai diciotto mesi che lavoravo a terra, quando fui reclutato a bordo del Surprise, una fregata da guerra armata con 28 cannoni. L’equipaggio era composto da irlandesi, inglesi e scozzesi. Dopo uno scontro breve, ma duro, catturammo la Jason di Boston, comandata dal famoso capitano Manly. Quando gli intimammo la resa egli rispose:
-Sparate! Ho tanti cannoni quanto voi.
Io passavo la polvere da sparo più velocemente possibile, proiettili e schegge volavano in ogni direzione, quando ad un certo punto, udii gridare:
-hei , tappo, dove sei?
guardai verso i cannoni e vidi i due speroni della mia incudine uscire dalla bocca di un cannone. Un attimo dopo sfondava una fiancata della Jason. Quei mascalzoni avevano utilizzato così la mia incudine, strumento di cui mi ero servito fino a un attimo prima dell’inizio del combattimento.
-Viva i tappi! – Gridarono, quando videro l’enorme falla provocata nella fiancata della Jason”.
Tappo era il soprannome che affibbiavano ai bottai.

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Il pericolo è il compagno del marinaio, ma non c’è tempesta che gli faccia rimpiangere la terra ferma, anzi, riesce sempre a infondere coraggio ai suoi compagni. Nel caso della Bretagne, il grande bastimento da crociera, sul quale s’imbarco’ Giuseppe Giacosa nel 1899, diretto in America, tale esempio, viene così descritto.
“Tra i fischi e gli urli, i muggiti della tempesta, facevano scricchiolare la nave. Oramai la prua era tutta immersa nell’acque e s’avventava nel profondo dell’abisso. La tempesta infuriava, la maggior parte degli ospiti a bordo, stava rinchiusa nelle proprie cabine, ad eccezioni di quei pochi passeggeri, i quali non pativano il mal di mare e la paura.(…)
“Il comandante passò quarantotto ore filate sulla passerella: non ne scendeva che all’ora dei pasti, cui si presentava lindo ed attillato come ad un ballo, mentre in altri giorni era venuto in abito dimesso. Noi commensali, che avevamo smesso di mutare d’abito per desinare a scanso di fatica e di sforzi d’equilibrio, gli domandammo un giorno la ragione di quella intempestiva eleganza.
“- Non lo faccio per voi, signori, ma per gli assenti. Ci sono molti più malati di paura che di mal di mare. Non avete osservato quando ci mettiamo a tavola, il trillare fastidioso di tanti campanelli? Sono i passeggeri che chiamano le persone di servizio per mandarle a spiare l’aspetto del comandante. E come lo sanno ravviato e pulito, si acquietano, sicuri che per un ‘ora almeno, non si colerà a picco”.

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L’amore del mare per pura passione, questo ha caratterizzato invece la vita di Bernard Moitessier, nato in Indocina nel 1925.
Il suo bisogno di correre i mari tempestosi, e di andare verso pericoli indescrivibili e sofferenze disumane, caratterizzarono questo navigatore: un solitario per eccezione.
Nel 1968, il Sunday Times organizzò una competizione: fare il giro del mondo in barca a vela, senza scalo, e tra i partecipanti, vi fu anche lui, ma riluttante. Fece il giro del mondo e dopo aver tagliato due volte lo stesso meridiano, in netto vantaggio sui concorrenti, annunciò a sorpresa, di non voler ritornare in Europa, ma di proseguire il viaggio. Moitissier era povero, ma rinunciò al premio di 5000 sterline, e nessuno comprese la ragione.
Qualcuno gli domandò perché abbandonare tutto e tutti? Cosa cercava? Qual’era la barca dei tuoi sogni?

Moitessier rispose: “Ai miei occhi la barca dei miei sogni dovrà essere fine a se stessa, e un mezzo per trovare, senza cercarlo, “l’angolo”, che corrisponde ai miei gusti. Un posticino qualsiasi nel mondo, dove la parola vivere, non sia sinonimo di lotta, e dove il dio Denaro, con la sua schiera di invadenti seguaci, sia costretto a condividere il suo regno con altri dei, che si chiamano Sole, Natura, Pace, Semplicità di vita. Allora, con l’aiuto del Cielo, la parola barca sarà sinonimo di libertà”.

Belle parole, Bernard, bel coraggio.
Chi marinaio non è, non potrà mai comprendere cos’è realmente l’amore per il mare, ma vorremmo tutti che la terra intera, diventasse un angolo di pace.
Allora sì, che potremmo vivere in libertà.

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