Sharm al Scheik

Trent’anni dopo aver scoperto le vacanze in Italia, vacanze spesso al mare, gli italiani hanno iniziato a viaggiare in massa all’estero.
Non che prima non ci fossero italiani in giro per il mondo per i più svariati motivi e professioni, non ultima quella del turista, diciamo però che per l’italiano medio (dal punto di vista del reddito) il costo di un viaggio all’estero era pressoché insostenibile.

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Oggi quasi tutto è possibile con un adeguata programmazione e un salvadanaio per i risparmi o qualche ingegnoso espediente. Alla vigilia di una partenza, secondo il proprio carattere e interessi, si tende ad identificarsi nella magia dei paesi esotici ancor prima di andarci. Siano essi l’Oriente, la viscerale Africa (la moda del mal d’Africa è forse l’unica costante nei secoli) o la passionale terra del Sud America. Ma se tutto è possibile e quindi accessibile, il viaggio stesso in terre straniere rischia di perdere fascino soprattutto quanto più è organizzato e massificato.
Negli ultimi anni l’industria del turismo si è diversificata riuscendo a produrre cataloghi di viaggi per tutti i gusti: dalle tranquille oasi di sicurezza offerte dai villaggi Mediterranée agli avventurosi tour organizzati da Avventure nel Mondo con tutte le sfaccettature incluse tra i due estremi. Nel mediterraneo, ad esempio, quello che emerge è un fenomeno di conformismo dominante prodotto dall’industria del turismo: le case vacanze, i miniappartamenti, i bungalow sono tutti straordinariamente simili e progettati con una geometria precisa che assicuri funzionalità ed esposizione al sole. E questo vale anche per i minimi dettagli, per dirla come Orvar Logfren: “la sedia di plastica bianca standard è uguale in tutte le piscine del mediterraneo”.

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Gli oggetti che si trovano nei piccoli appartamenti offerti per le settimane “pacchetto” + volo sono gli stessi; i pantagruelici buffet di cucina mediterranea che trovate sul Mar Rosso, in Tunisia, Egitto, Marocco etc, idem:. hamburger, pizza, sandwich, toast, omelette, patate fritte, insalate rappresentano il sicuro alimento anche per chi non comprende le lingue straniere. Un’economia globalizzata fornisce di tutto alle località turistiche le cui economie locali sono sottodimen-sionate e soprattutto volte ad altre produzioni.E questo è un problema serio.
Un esempio: tonnellate di olio di cocco, utilitarie di nota marca bianche e motocicli per il noleggio, pullman con aria condizionata, burro in porzioni singole, birre del nord Europa, vini francesi italiani e spagnoli, senape e wurstel tedeschi, aragoste dell’atlantico e la lista potrebbe continuare a lungo. Il tutto importato rigorosamente a scapito dell’economia locale del paese ospite, ma soprattutto a scapito dell’aspetto culturale che in questo modo rimane relegato allo stereotipo da gadget, iconizzato su magliette di cotone (anch’esso di importazione), imbottigliato in paccottiglia che nulla a che vedere con le tradizioni e i costumi locali. Spettacolo avvilente per molti turisti, altrettanto auspicato e gradito per altri.

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Ma l’aspetto da evidenziare, indipendentemente da come ognuno intenda il concetto di vacanza, è che non vengono importati solo i prodotti, ma anche le maestranze: in primavera i quotidiani dei più importanti paesi europei sono pieni di annunci per stagionali; camerieri, guide, bagnini, animatori, istruttori di ogni sport possibile o danza e naturalmente venditori ambulanti. L’effetto complessivo è una standardizzazione sbalorditiva, basta osservare le vetrine delle agenzie di viaggi o i depliant illustrativi. Eppure la settimana volo + all inclusive nel mar Rosso, in Tunisia, alle Canarie o dove altro si voglia è la nuova vacanza moderna. E’ effettivamente reale questa esigenza del turista, che sogna di evadere dalla propria realtà quotidiana, per ritrovarsi nella situazione fotocopia di quanto accade attorno a lui ogni giorno? Per alcuni probabilmente queste riflessioni sono considerate superate, retoriche o superflue, anche superificiali, ma non si può esimersi a questo punto dal ricordare che questo modo d’intendere le vacanze, rappresenta un fenomeno sociale, è la fotografia di un paese, della sua economia, della sua storia, della fase culturale in atto. E’ il riflesso di una società.
Complessivamente si spendono ogni anno milioni di Euro per una vacanza molto breve, ma forse ancora in grado di offrire il miraggio della terra lontana, straniera, delle mille e una notte…il fascino dell’avventura è ancora nel Dna umano. In caso contrario probabilmente nessuno più viaggerebbe.